BOSCIA : Comunicato Stampa su OMOLESBOTRANSFOBIA CON IL DDL ZAN A RISCHIO LIBERTA’ DI INSEGNAMENTO UNIVERSITARIO

 

Carissimi siamo lieti di pubblicare qui sotto (e scaricabile dall'allegato) il comunicato del nostro Presidente Filippo Maria Boscia diffuso il 9 luglio u.s., e il seguente link con l'intervista del Presidente Nazionale su vatican news 

 

 
https://www.vaticannews.va/it/podcast/rvi-programmi/il-mondo-alla-radio/2020/06/il-mondo-alla-radio-prima-parte-30-06-2020.html

 


 

Associazione Medici Cattolici Italiani
Presidenza Nazionale
Comunicato Stampa
OMOLESBOTRANSFOBIA CON IL DDL ZAN
A RISCHIO LIBERTA’ DI INSEGNAMENTO UNIVERSITARIO


Da Professore universitario di Medicina della Riproduzione, con tanti altri colleghi, desidero precisare che le persone omosessuali e transessuali devono essere rispettate sempre, comunque e assolutamente; mai devono essere vessate, aggredite o danneggiate psicologicamente e fisicamente.


Questo è un punto essenziale, assolutamente ovvio, sul quale tutti siamo d’accordo. Siamo ovviamente favorevoli a tutelare in modo assoluto e mai opinabile le minoranze e le persone più vulnerabili. In questo senso però precisiamo che la strada non è quella di mentire o tacere su delle differenze rischiando di fare più danni rispetto al problema che si vuole risolvere.


Siamo del parere che con le norme contenute nel ddl Zan e altri, entrano in serio rischio di procedibilità ginecologi, andrologi, ricercatori esperti in procreazione umana e quanti insegnano la naturalità della riproduzione.


Partiamo dalla verità: per la nascita di una nuova vita occorre un maschio ed una femmina, un padre ed una madre, rispettivamente portatori di gameti maschili e femminili, uniti da complementarietà sessuale ed affettiva. A fronte di questo sapere, validato e confermato, sono in molti a chiedersi se in didattica formativa universitaria si potrà continuare ad insegnare la naturalità del nascere oggi, ben distinguendola da tutte le altre manipolazioni e mescolanze più ardite, pur possibili, ma eticamente non sostenibili.


Con tanti altri colleghi, quotidianamente muoviamo le fila per costruire processi interdisciplinari di medicina di genere, e promuoviamo ricerche rispettose della specificità della donna e dell’uomo, senza mai discriminare nessuno.
Nell’ambito delle molteplici possibili innovazioni scientifiche, ci chiediamo: “possiamo continuare ad individuare percorsi sanitari che tengano ben presente cosa sia il genere al maschile e al femminile, nelle varie articolazioni del sapere medico, quali ad esempio in pneumologia, cardiologia, ortopedia, ginecologia, andrologia e medicina della riproduzione, ecc.”?


La realtà odierna è che con la legge Zan ci potrà essere il rischio di derive liberticide: certamente potrà considerarsi discriminante o obsoleta una didattica formativa che riaffermi che nella generazione umana v’è sempre bisogno di un maschio e di una femmina.
Forse dovremmo, al di là dei luoghi comuni e soprattutto in ambito scientifico, spiegare a noi stessi cosa oggi si vuole intendere per discriminazione.
Ci chiediamo: Potremo continuare ad esercitare la nostra doverosa formazione pedagogica, comunicando al mondo intero che in un generare umano non tecnologico v’è l’indispensabilità di un papà e di una mamma? Oppure dovremo astenerci per paura di incorrere nei reati di omolesbotransfobia?


La medicina del desiderio, proposta oggi con sempre maggiore forza, reca con sé possibili disorientamenti nei quali ci si può smarrire!

Potremmo essere imputati penalmente se ci orientiamo a non sostenere tecniche cooperative, prive di maternità e paternità condivise, quali ad esempio l’innovativa tecnica ROPA (Recepción de Ovocitos de la Pareja) - trattamento di fecondazione in vitro tra due partner femminili, condiviso da più soggetti donatori anonimi di sperma - magari fornendo un lucido e preoccupato parere, anche sulle tante opzioni oggi possibili, ormai già orientate verso una “filiera di produzione controllata”?
Quando si parla del diritto incontestabile al figlio, potremo continuare ad affermare che due maschi da soli o due femmine da sole non possono concepire?


La scienza non discrimina ma osserva e cerca di spiegare i comportamenti umani. Questa scienza chiediamo sia lasciata libera nella trasmissione del sapere!
Chiediamo con forza che non si creino disorientamenti tra medicina e diritto.
In questa nostra contemporaneità, nella quale Medicina e Diritto sono già abbondantemente disorientati, il nostro compito di docenti universitari diventa davvero difficile! Nessuno di noi è disposto ad accogliere le eventuali limitazioni della libertà di insegnamento derivanti dall’eventuale approvazione della legge Zan.


Come docenti universitari rifuggiamo da sudditanze culturali, ideologiche e politiche! Desideriamo essere lasciati liberi di non condividere le tante offerte messe a disposizione dalle biotecnologie e che spaziano dalle tecniche di crioconservazione di gameti e di embrioni alla concessione, acquisto, commercializzazione, importazione, esportazione di gameti, alla ricerca di uteri disponibili per maternità sostitutiva o di gestazione per altri, unitamente alle tante altre forme di schiavismo moderno.


Prof. Filippo M. Boscia
Professore di Fisiopatologia della riproduzione umana nell’Università di Bari
Presidente Nazionale Associazione Medici Cattolici Italiani

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Comunicato del Prof. Filippo M. Boscia a sostegno della decisione della Regione Umbria di sospendere le interruzioni di gravidanza in regime di day hospital

Già poco tempo addietro avevamo manifestato il nostro profondo dissenso contro la richiesta al governo nazionale da parte di alcune associazioni pro-aborto onde favorire ed autorizzare la deospedalizzazione delle procedure per l’interruzione volontaria di gravidanza, sorretta da motivazioni assai opinabili, approfittando della situazione eccezionale creata dalla pandemia da coronavirus. 

Infatti, non corrispondeva al vero che tale condizione emergenziale avesse messo a serio rischio l’effettuazione degli aborti, minacciando così l’impianto stesso della legge 194/78, in quanto le procedure di aborto hanno avuto sempre ed hanno tuttora la priorità assoluta, addirittura bloccando gli interventi chirurgici, pur necessari, che non abbiano le caratteristiche di estrema urgenza.
A nostro parere, proprio la nefasta situazione che stiamo vivendo, avrebbe dovuto porre un freno al malcelato furore abortista, privilegiando piuttosto la difesa della vita, così da curare il ”male d’aborto” e lenire in tal modo la sofferenza e la solitudine che lo circondano. Invece, in detta richiesta si intravede purtroppo il tentativo di ottenere una legge sull’aborto ancor più permissiva!
Piuttosto che pensare ad organizzare una vera e propria “catena di smontaggio” della vita umana al suo esordio, emblematica attuazione pratica e legale della “politica dello scarto”, in un momento tanto grave per perdite irrefrenabili di vite umane, sarebbe stato meglio reiterare la richiesta della piena applicazione delle dinamiche di prevenzione previste dalla legge 194/78 sinora disattese.
Restano comunque e sempre validi alcuni non sottovalutabili interrogativi:

  1. Qual è il peso che può generare nella donna l’elaborazione di quel dramma personale allorché si trova di fronte ad una gravidanza non desiderata?
  2. Quale interesse primario deve prevalere, quello di chi è più forte (ossia la madre) su quello di chi è più debole (ossia il concepito)?
  3. Quando sarà, con forza e senza rinvii, ripristinata la difesa della vita ristabilendo piena simmetria tra la madre e l’embrione?
  4. Siamo o non siamo nella condizione di conoscere perfettamente il valore di quel progetto di vita che sta per essere violato e verrà bruscamente interrotto?
  5. Quali sentimenti di sofferenza e di inquietudine possono generarsi quando si è chiamati ad agire sul concepito, un essere umano nel cui codice genetico è già contenuto il suo futuro di persona?

Dobbiamo ammettere senza mezzi termini che quel progetto originario di vita, fondato sull’intima relazione tra madre e concepito, viene irrimediabilmente troncato, infranto con l’interruzione volontaria della gravidanza, indipendentemente dalla tecnica utilizzata, sia essa chirurgica o farmacologica. Quest’ultima tra l’altro si pensa più rapida e meno traumatica, ma non si deve dimenticare che l’aborto farmacologico risulta dieci volte più pericoloso di quello chirurgico, soprattutto per il rischio di emorragia e di infezione.
Ecco perché ci pare opportuna la decisione della Governatrice della Regione Umbria di sospendere le interruzioni di gravidanza in regime di day hospital, non tanto “per un accanimento contro le donne, la loro libertà ed autodeterminazione”, come affermato da chi l’ha contestata, quanto perché “l’argomento richiede la massima attenzione e deve essere affrontato da un punto di vista scientifico e non, come detto, meramente ideologico”, secondo quel che ha precisato la Presidente Tesei nell’annunciare un quesito specifico al Ministro della Salute, Roberto Speranza. Da lui ci aspettiamo una saggia decisione. E’ ora di finirla con l’estrema banalizzazione dell’aborto!

Prof. Filippo M. Boscia

 

Presidente Nazionale Medici Cattolici Italiani

 

Presidente Onorario della Società Italiana di Bioetica e Comitati Etici

 

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DOCUMENTO AMCI NAZIONALE : “Medici Cattolici, ministri di speranza – Scegliersi di rinnovarsi, un’etica oltre la crisi”.

     

Carissimo,        

in questo periodo di forzata quarantena, con il nostro amato Cardinale Menichelli, il Consiglio di Presidenza ha elaborato il progetto-programma che ti trasmetto in allegato e che ha per titolo:  “Medici Cattolici, ministri di speranza – Scegliersi di rinnovarsi, un’etica oltre la crisi”.

E’ una riflessione che potrebbe essere un vero e proprio manifesto dell’AMCI:  partendo dalla verifica delle criticità dell’attuale pandemia, avanziamo delle proposte concrete di servizio per il bene integrale della persona e per azioni di cura, di care e di salvezza (medico ministro della comunione, diacono della consolazione).

Ti esorto quindi a diffonderlo, ma soprattutto, come auspicato da noi e dal Cardinale, desideriamo che sia tu stesso  a condividerlo con l’amato Vescovo, ordinario della tua Diocesi, perché venga da lui valutata secondo le esigenze pastorali locali. Sono certo che i medici cattolici potranno continuare a ben operare nei luoghi della sofferenza e ci auguriamo che questo documento venga esteso anche ai medici di prossimità e  a tutti i colleghi che, mandati a mani nude e senza protezioni nel difficile compito dell’assistenza, sono rimasti ustionati da questa difficile situazione da Covid, che tra l’altro ha visto il sacrificio di circa 150 colleghi e di 7 specializzandi.

Le auspicate scuole di prossimità costituiranno una straordinaria opportunità di rinnovamento della nostra associazione. Restiamo in attesa di conoscere tutti gli elementi della vostra operosità diocesana. Un affettuoso e sentito augurio di bene a voi e alle vostre famiglie, alle quale desideriamo estendere il nostro grazie!     


        Il Presidente Nazionale

      Filippo Boscia
                                                 

"Chi ammettere alle cure? Chi curare per primo? Il triage estremo in corso di disastro pandemico: una riflessione bioetica." - di Giuseppe Battimelli

RIASSUNTO
La pandemia del 2020 da coronavirus emergente, SARS-CoV-2, la cui malattia è un’infezione del tratto respiratorio (COronaVIrusDisease-19) ha determinato una grave emergenza sanitaria assimilabile alla “medicina delle catastrofi” soprattutto per i pazienti che richiedevano il ricovero in un’unità di terapia intensiva, ponendo interrogativi e gravi dilemmi alla coscienza del medico e dell’operatore sanitario.

L’A. riflette su alcune problematiche bioetiche inerenti i criteri di ammissione/esclusione a terapie salvavita quando i mezzi e le apparecchiature tecnologiche disponibili diventano repentinamente esigue nella urgenza per eccesso di richieste di prestazione/utilizzo e/o contemporaneità di accesso alle stesse, anche esaminando due importanti documenti sull’argomento della Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI) e del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB). L’A., ammette al pari di altri, che il criterio più adeguato è quello clinico mentre il fattore età in sé non è un criterio da riconoscere acriticamente a priori o che determina pregiudizio alla terapia e ancor più se da ciò ne deriva un giudizio di valore sul paziente anziano, ma può rientrare in una valutazione clinica complessiva

NB: in allegato abbiamo pubblicato l'articolo completo scaricabile ed un  precedente articolo sul Covid a cura dello stesso Battimelli

 


IL VIVERE E IL MORIRE di G. Battimelli

Certamente la pandemia da coronavirus emergente, SARS-CoV-2, la cui malattia è un'infezione del tratto respiratorio (COronaVIrusDisease-19), ha sconvolto la nostra vita quotidiana e se le mascherine, insieme ai guanti e al distanziamento sociale sono diventati gli elementi necessari della nostra vita di relazione, i dispositivi di protezione individuale (dpi) - occhiali, visiere, semimaschere, indumenti di protezione, ecc. - sono i requisiti di sicurezza indispensabili a protezione per i medici e gli operatori sanitari, soprattutto per quelli coinvolti negli ospedali e ancor più nelle terapie intensive, particolarmente esposti al rischio di contrarre il virus.


A causa del diffondersi dell’epidemia, questo distanziarsi dal malato per i medici risulta una condizione, ancorchè inderogabile, vieppiù limitativa della prassi dell’arte medica, che già da tempo soffre di un progressivo processo di spersonalizzazione, reso ora più acuto in questa dimensione emergenziale di interazione tra medico e paziente.
E se in tempi ordinari, l’esame clinico del paziente della vecchia semeiotica, seppure come detto ormai divenuto esiguo, rimaneva un cardine e che la capacità diagnostica-terapeutica del medico prevedeva un contatto umano anche attraverso i sensi, in tempi di elevata contagiosità infettiva vengono imposti metodi e strumenti di interazione a distanza, come visite e consulenze telefoniche, consulti in telemedicina, triage da remoto, accesso a piattaforme computerizzate, ecc.


Ma in questa breve riflessione, desideriamo sottolineare che in queste contingenze che viviamo, il dialogo ravvicinato del medico con il paziente avviene ormai spesso e talvolta soltanto attraverso gli occhi, sovente stanchi, affaticati, arrossati, interrogativi ma sempre limpidi per combattere il male e per dare coraggio, sostegno, incoraggiamento.


La storia del medico di frequente s’intreccia con quella dell’altro, magari persona sconosciuta, che aggravatosi arriva in urgenza in terapia intensiva e lo sguardo di entrambi può diventare drammatico, in quell’ultimo sguardo, quando la malattia sembra prendere il sopravvento.


La relazione s’instaura ora attraverso gli occhi in questa terribile e subdola patologia e tante volte vince la vita sulla morte e ci piace indagare su quello sguardo che dona salvezza.


C’è un guardare che non è più un semplice vedere, un osservare che non è solo indagare, ma foriero di gesti di professionalità e di umanità, soprattutto quando l’orizzonte della vita sembra restringersi sempre più.


Da uno sguardo nasce sempre un incontro: del medico con l’ammalato o meglio di un uomo con un altro uomo sofferente; in uno sguardo c’è la compassione, la partecipazione, la speranza e forse anche la terapia, perchè negli occhi c’è lo sporgere dell’intimo dell’uomo, la sua vera identità, la sua essenza, la sua anima, il luogo in cui Dio è presente.

E ci piace pensare che nello sguardo del medico si celi la benevolenza di Dio che davanti al malato “lo veglierà e lo farà vivere” (Salmo 41,2), perche Egli, “il Signore ha veduta la sua afflizione” (Genesi 29,32) e sempre “lo sosterrà sul letto del dolore” (Salmo 41,3).

Articolo pubblicato su FERMENTO - Mensile dell’Arcidiocesi di Amalfi Cava de’ Tirreni
Anno XXVII n.4 – Maggio 2020