MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA XXIX GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

 

Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli (Mt 23,8). La relazione di fiducia alla base della cura dei malati

 

Carissimi, nell'invitare tutti i nostri dirigenti, soci e simpatizzanti a celebrare la XXIX Giornata Mondiale del malato, che ricorre  martedì 11 febbraio 2021 pv, siamo lieti di pubblicare qui sotto il messaggio di Papa Francesco per la Gionata Mondiale del Malato ed allegare il Messaggio Ufficiale di Papa Francesco e la documentazione che ha messo a disposizione la CEI.


 

 

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO

 

Cari fratelli e sorelle!

La celebrazione della XXIX Giornata Mondiale del Malato, che ricorre l’11 febbraio 2021, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes, è momento propizio per riservare una speciale attenzione alle persone malate e a coloro che le assistono, sia nei luoghi deputati alla cura sia in seno alle famiglie e alle comunità. Il pensiero va in particolare a quanti, in tutto il mondo, patiscono gli effetti della pandemia del coronavirus. A tutti, specialmente ai più poveri ed emarginati, esprimo la mia spirituale vicinanza, assicurando la sollecitudine e l’affetto della Chiesa.

1. Il tema di questa Giornata si ispira al brano evangelico in cui Gesù critica l’ipocrisia di coloro che dicono ma non fanno (cfr Mt 23,1-12). Quando si riduce la fede a sterili esercizi verbali, senza coinvolgersi nella storia e nelle necessità dell’altro, allora viene meno la coerenza tra il credo professato e il vissuto reale. Il rischio è grave; per questo Gesù usa espressioni forti, per mettere in guardia dal pericolo di scivolare nell’idolatria di sé stessi, e afferma: «Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (v. 8).

La critica che Gesù rivolge a coloro che «dicono e non fanno» (v. 3) è salutare sempre e per tutti, perché nessuno è immune dal male dell’ipocrisia, un male molto grave, che produce l’effetto di impedirci di fiorire come figli dell’unico Padre, chiamati a vivere una fraternità universale.

Davanti alla condizione di bisogno del fratello e della sorella, Gesù offre un modello di comportamento del tutto opposto all’ipocrisia. Propone di fermarsi, ascoltare, stabilire una relazione diretta e personale con l’altro, sentire empatia e commozione per lui o per lei, lasciarsi coinvolgere dalla sua sofferenza fino a farsene carico nel servizio (cfr Lc 10,30-35).

2. L’esperienza della malattia ci fa sentire la nostra vulnerabilità e, nel contempo, il bisogno innato dell’altro. La condizione di creaturalità diventa ancora più nitida e sperimentiamo in maniera evidente la nostra dipendenza da Dio. Quando siamo malati, infatti, l’incertezza, il timore, a volte lo sgomento pervadono la mente e il cuore; ci troviamo in una situazione di impotenza, perché la nostra salute non dipende dalle nostre capacità o dal nostro “affannarci” (cfr Mt 6,27).

La malattia impone una domanda di senso, che nella fede si rivolge a Dio: una domanda che cerca un nuovo significato e una nuova direzione all’esistenza, e che a volte può non trovare subito una risposta. Gli stessi amici e parenti non sempre sono in grado di aiutarci in questa faticosa ricerca.

Emblematica è, al riguardo, la figura biblica di Giobbe. La moglie e gli amici non riescono ad accompagnarlo nella sua sventura, anzi, lo accusano amplificando in lui solitudine e smarrimento. Giobbe precipita in uno stato di abbandono e di incomprensione. Ma proprio attraverso questa estrema fragilità, respingendo ogni ipocrisia e scegliendo la via della sincerità verso Dio e verso gli altri, egli fa giungere il suo grido insistente a Dio, il quale alla fine risponde, aprendogli un nuovo orizzonte. Gli conferma che la sua sofferenza non è una punizione o un castigo, non è nemmeno uno stato di lontananza da Dio o un segno della sua indifferenza. Così, dal cuore ferito e risanato di Giobbe, sgorga quella vibrante e commossa dichiarazione al Signore: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5).

3. La malattia ha sempre un volto, e non uno solo: ha il volto di ogni malato e malata, anche di quelli che si sentono ignorati, esclusi, vittime di ingiustizie sociali che negano loro diritti essenziali (cfr Enc. Fratelli tutti, 22). L’attuale pandemia ha fatto emergere tante inadeguatezze dei sistemi sanitari e carenze nell’assistenza alle persone malate. Agli anziani, ai più deboli e vulnerabili non sempre è garantito l’accesso alle cure, e non sempre lo è in maniera equa. Questo dipende dalle scelte politiche, dal modo di amministrare le risorse e dall’impegno di coloro che rivestono ruoli di responsabilità. Investire risorse nella cura e nell’assistenza delle persone malate è una priorità legata al principio che la salute è un bene comune primario. Nello stesso tempo, la pandemia ha messo in risalto anche la dedizione e la generosità di operatori sanitari, volontari, lavoratori e lavoratrici, sacerdoti, religiosi e religiose, che con professionalità, abnegazione, senso di responsabilità e amore per il prossimo hanno aiutato, curato, confortato e servito tanti malati e i loro familiari. Una schiera silenziosa di uomini e donne che hanno scelto di guardare quei volti, facendosi carico delle ferite di pazienti che sentivano prossimi in virtù della comune appartenenza alla famiglia umana.

La vicinanza, infatti, è un balsamo prezioso, che dà sostegno e consolazione a chi soffre nella malattia. In quanto cristiani, viviamo la prossimità come espressione dell’amore di Gesù Cristo, il buon Samaritano, che con compassione si è fatto vicino ad ogni essere umano, ferito dal peccato. Uniti a Lui per l’azione dello Spirito Santo, siamo chiamati ad essere misericordiosi come il Padre e ad amare, in particolare, i fratelli malati, deboli e sofferenti (cfr Gv 13,34-35). E viviamo questa vicinanza, oltre che personalmente, in forma comunitaria: infatti l’amore fraterno in Cristo genera una comunità capace di guarigione, che non abbandona nessuno, che include e accoglie soprattutto i più fragili.

A tale proposito, desidero ricordare l’importanza della solidarietà fraterna, che si esprime concretamente nel servizio e può assumere forme molto diverse, tutte orientate a sostegno del prossimo. «Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo» (Omelia a La Habana, 20 settembre 2015). In questo impegno ognuno è capace di «mettere da parte le sue esigenze e aspettative, i suoi desideri di onnipotenza davanti allo sguardo concreto dei più fragili. […] Il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla”, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone» (ibid.).

4. Perché vi sia una buona terapia, è decisivo l’aspetto relazionale, mediante il quale si può avere un approccio olistico alla persona malata. Valorizzare questo aspetto aiuta anche i medici, gli infermieri, i professionisti e i volontari a farsi carico di coloro che soffrono per accompagnarli in un percorso di guarigione, grazie a una relazione interpersonale di fiducia (cfr Nuova Carta degli Operatori Sanitari [2016], 4). Si tratta dunque di stabilire un patto tra i bisognosi di cura e coloro che li curano; un patto fondato sulla fiducia e il rispetto reciproci, sulla sincerità, sulla disponibilità, così da superare ogni barriera difensiva, mettere al centro la dignità del malato, tutelare la professionalità degli operatori sanitari e intrattenere un buon rapporto con le famiglie dei pazienti.

Proprio questa relazione con la persona malata trova una fonte inesauribile di motivazione e di forza nella carità di Cristo, come dimostra la millenaria testimonianza di uomini e donne che si sono santificati nel servire gli infermi. In effetti, dal mistero della morte e risurrezione di Cristo scaturisce quell’amore che è in grado di dare senso pieno sia alla condizione del paziente sia a quella di chi se ne prende cura. Lo attesta molte volte il Vangelo, mostrando che le guarigioni operate da Gesù non sono mai gesti magici, ma sempre il frutto di un incontro, di una relazione interpersonale, in cui al dono di Dio, offerto da Gesù, corrisponde la fede di chi lo accoglie, come riassume la parola che Gesù spesso ripete: “La tua fede ti ha salvato”.

5. Cari fratelli e sorelle, il comandamento dell’amore, che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli, trova una concreta realizzazione anche nella relazione con i malati. Una società è tanto più umana quanto più sa prendersi cura dei suoi membri fragili e sofferenti, e sa farlo con efficienza animata da amore fraterno. Tendiamo a questa meta e facciamo in modo che nessuno resti da solo, che nessuno si senta escluso e abbandonato.

Affido tutte le persone ammalate, gli operatori sanitari e coloro che si prodigano accanto ai sofferenti, a Maria, Madre di misericordia e Salute degli infermi. Dalla Grotta di Lourdes e dagli innumerevoli suoi santuari sparsi nel mondo, Ella sostenga la nostra fede e la nostra speranza, e ci aiuti a prenderci cura gli uni degli altri con amore fraterno. Su tutti e ciascuno imparto di cuore la mia benedizione.

Roma, San Giovanni in Laterano, 20 dicembre 2020, IV Domenica di Avvento.

 

Francesco

Robotica e tradizione nella pratica chirurgica. Intervista a Franco Balzaretti

BIOETICA NEWS : Intervista al dr Franco Balzaretti

vedi anche al link : https://www.bioeticanews.it/robotica-e-tradizione-nella-pratica-chirurgica-intervista-a-franco-balzaretti/


D. Ha partecipato recentemente al Convegno internazionale di Bioetica, che si è tenuto di recente a Malta, in video-conferenza, «Bioetica e i cinque sensi», organizzato dal Dipartimento di Teologia Morale della Facoltà di Teologia dell’Università di Malta, diretto dal prof. Ray Zammit, con la consulenza scientifica italiana del filosofo e bioeticista Prof. Pietro Grassi. Sono state trattate ed approfondite, nel corso delle quattro giornate, tematiche legate alla pratica clinica nelle diverse fasi della vita approfondendo aspetti diversi in una dimensione pluridisciplinare. Che cosa Le ha lasciato questo Convegno?

R. L’ampia riflessione a 360° sui cinque sensi di questo interessantissimo Convegno Internazionale ci aiuta,  non solo a  ricordare il passato e a  tracciare delle nuove vie per il futuro, ma soprattutto a comprendere maggiormente l’importanza dei cinque sensi nella nostra vita di tutti i giorni e nella nostra professione di medici.

E questo risulta ancor più importante per noi chirurghi, dal momento  che siamo sempre più affascinati, ed addirittura dominati, dalle nuove tecnologie e dalla chirurgia robotica. Nella nostra pratica quotidiana è infatti possibile ricercare la sorgente della nostra tradizione e del nostro passato, un passato non nostalgico, ma vivo, illuminante e, per molti aspetti, imprescindibile, proprio perchè capace di riscaldare il nostro cuore e spingerci a non arrenderci dinanzi alle nuove sfide della medicina e della bioetica, in una società che sembra di poter (o meglio voler) prescindere, sempre più, dai cinque sensi e dalle relazioni umane.

Diventa interessante, a tal proposito, sviluppare una pratica terapeutica che, a partire dalle suggestioni dei cinque sensi, sia capace di farci riacquistare quei rapporti umani e relazionali che credevamo d’aver perduto per sempre, e che comunque sono sempre più indispensabili, per dare un giusto equilibrio alla medicina (…e chirurgia) moderna, che non potrà mai essere affidata solo ai freddi calcoli ed indicazioni delle intelligenze artificiali ed ai bracci robotici.

D. E proprio su chirurgia robotica ha esposto la Sua relazione, nella prima sessione, intitolata «Presupposto dell’esistenza: i sensi come mediazione del mondo». Dinanzi all’uso di avanzati strumenti tecnologici, rispetto al passato come è cambiata la figura e il ruolo del medico chirurgo?

R. La medicina si è basata per molti secoli su conoscenza, percezione, intuito e sensibilità; e da qui anche la necessità  di tutti i medici e chirurghi di affidarsi ai cinque sensi, di cui la natura ha dotato l’essere umano. Ma, evidentemente, la natura non bastava, e neppure l’istinto; ed allora l’uomo si è affidato, sempre più, al progresso scientifico e tecnologico.

E quindi, oggigiorno, i cinque sensi sembrano relegati al mesto ruolo di supporto ai potentissimi mezzi tecnologico-informatici, esageratamente sofisticati ed ipertecnologici. Ed ecco che la medicina moderna pensa (o meglio si illude) di poter fare a meno delle mani del medico e del chirurgo e dei cinque sensi, sostituendoli con sofisticati strumenti tecnologici, informatici e robotici, che offrono, senza dubbio, nuove e maggiori possibilità diagnostico/terapeutiche, impensabili solo fino a pochi anni fa.

Oggi c’è un ricorso sempre più diffuso ‒ oserei dire esasperato ‒ alle nuove tecnologie, con il rischio intrinseco di un freddo distacco, che riduce sempre più  il “contatto fisico” con i pazienti. Un contatto, che si è ancor più ridotto a causa del Covid. Ed oggi la chirurgia, ricorre maggiormente alle tecnologie più moderne e, di recente, addirittura alla robotica ed alle intelligenze artificiali, sempre più determinanti… e, per molti versi, addirittura egemoniche.

È ormai chiaro a tutti che, per alcune discipline della Chirurgia, ci sono stati straordinari progressi, che consentono al chirurgo mano fermissima (e addirittura ruotabile a 360 gradi), e vista perfetta attraverso ai monitor ad altissima definizione 3D. Ed infatti la chirurgia robotica consente dei nuovi e rivoluzionari interventi, inimmaginabili fino solo a pochi decenni fa. 

D. Quali sono le problematiche emergenti?

R. E se durante l’intervento qualcosa va storto? Se il paziente subisce un danno per un malfunzionamento del robot? Chi è il responsabile? Oggi non esistono risposte esaustive a queste domande e ci troviamo, quindi, di fronte ad una questione etica (ma anche legale) molto importante.

Il robot offre evidenti vantaggi, soprattutto per il chirurgo; ma presenta anche notevoli vantaggi per il paziente e la società. E tuttavia la chirurgia robotica presenta anche alcuni rischi e svantaggi, ad es.  il chirurgo perde la sensazione tattile e la percezione della tensione, col rischio di causare lesioni ad organi e tessuti. Manca poi anche l’olfatto: molto importante perché, nella chirurgia tradizionale, aiuta il chirurgo a capire meglio alcune situazioni particolari (microperforazioni intestinali, necrosi, infezioni etc.). Oltretutto la Chirurgia Robotica può essere eseguita anche a notevole distanza: telechirurgia. Ma l’applicazione della chirurgia robotica (e soprattutto della telechirurgia) deve sempre presupporre diverse attenzioni tecnico-scientifiche, ma anche etico-morali.

Proprio per questo credo che, per il futuro, si dovrà pensare ad un nuovo ed ampio progetto educativo e formativo. Sì, perché quello che si deve assolutamente evitare, con la Chirurgia Robotica, è la sostituzione del robot al rapporto umano e al contatto fisico, che è imprescindibile in ogni relazione umana; e in modo particolare nel rapporto medico/paziente. E questo perché la “care” solo artificiale di una macchina porta alla disumanizzazione della cura e ad un’oggettivazione del paziente.

D. Di che cosa c’è necessità allora perché la tecnica possa essere di aiuto e non domini, non stravolga la dimensione umana nella relazione medico – paziente? Quali sono le sfide future nel campo della Chirurgia Robotica?

R. La Chirurgia Robotica è senza dubbio la Chirurgia del futuro, non possiamo negarlo e neppure impedirlo, perché consentirà nuovi indiscutibili ed irrinunciabili vantaggi per il paziente; ma, è bene sottolinearlo, porterà anche nuove problematiche ed inquietudini! E proprio per questo occorrerà definire meglio anche il quadro sociale ed etico-giuridico, e questo perché al centro ci deve essere sempre l’uomo … e nessuno deve essere lasciato indietro.

Abbiamo visto che il progresso tecnologico corre. E corre molto più veloce della riflessione etica e della legislazione. E se, da un lato, è giusto, anzi necessario, che il progresso continui a correre, tuttavia deve procedere all’interno di un quadro di riferimento etico-antropologico e giuridico-culturale.

Ed infine si deve assolutamente evitare la dicotomia aprioristica di scegliere tra l’high tech e l’high touch, come fossero due opzioni separabili, intercambiabili o addirittura antitetiche. E quindi la riflessione sul ruolo e il significato che hanno i sensi nella relazione terapeutica deve necessariamente fondarsi su diversi approcci: filosofico, etico, comunicativo, socio-politico e legislativo, oltre che a quello strettamente medico.

 

Bioetica News Torino, Novembre 2020

 

 


N.B.: alleghiamo alcuni altri articoli e/o interventi dello stesso  dr. Franco Balzaretti

 

BOSCIA : "Ultimo letto, nodo insoluto!" - ed inoltre "EllaOne, la pillola venduta alle minorenni senza ricetta. Ecco cos’è."

"Ultimo letto nodo insoluto" è il titolo di un recente articolo del nostro Presidente Filippo Boscia; un interessante articolo, pubblicato in allegato e che riflette su una delicatissima problematica e che deve far riflettere anche tutti noi!


Anche se tuttora risulta controverso se ellaOne si comporti come contraccettivo o piuttosto come anti-nidatorio, ci preme sottolineare che in entrambi i casi siamo in presenza di un atto immorale. 

A sottolineare i rischi per la salute, riportiamo di seguito un articolo dal taglio scientifico che ci ha inviato il prof. Filippo M. Boscia, Professore di Fisiopatologia della riproduzione umana presso l’Università di Bari, nonché Presidente Nazionale Associazione Medici Cattolici Italiani, il quale in un precedente comunicato aveva espresso tutto il suo rammarico per la decisione presa dall’AIFA.   

 

Per contraccezione d’emergenza si intendono tutti i metodi in grado di prevenire una gravidanza indesiderata dopo un rapporto sessuale non protetto, o in caso di fallimento del metodo anticoncezionale in uso (es. rottura del profilattico).

 

A tale scopo varie sono state le metodiche adoperate nel tempo: estrogeni a dosi elevate, il metodo yuzpe (estroprogestinico), l’introduzione di una spirale intrauterina e più di recente il levonorgestrel (c.d. pillola del giorno dopo) e ultimo l’ulipristal acetato (c.d. pillola dei cinque giorni dopo).

 

Nel caso degli ultimi due farmaci, poiché si tratta di preparati con una alta concentrazione ormonale, è necessario informare la donna interessata sui possibili effetti collaterali e sui rischi relativi all’uso in mancanza, data l’urgenza, di sufficienti dati clinici. Deve anche essere ben chiaro il messaggio che la contraccezione d’emergenza è una pratica del tutto occasionale e non può essere di uso continuativo (vedi effetti collaterali).

 

L’ulipristal acetato, appartenente alla famiglia degli SPRM (Selective Progesterone Receptor Modulators = Modulatori Selettivi del Recettore del Progesterone), è un farmaco, commercializzato in Europa col nome di ellaOne e negli Stati uniti come Ella, in compressa da 30 mg, da assumere entro 120 ore (5 giorni) dal rapporto sessuale potenzialmente fecondo, dotato di un’efficacia contraccettiva pari al 98%, soprattutto se assunto nelle prime 72 ore (dati OMS).

 

L’azione del farmaco si basa principalmente sulla capacità di rallentare la maturazione del follicolo, in tal modo ritardando o evitando l’ovulazione. L’ulipristal contrasta altresì la maturazione ovaio-indotta dell’endometrio, rendendolo così inospitale ad accogliere un eventuale uovo fecondato.

 

Sebbene entrato nell’uso più di dieci anni addietro, resta tuttora controverso se ellaOne si comporti come contraccettivo o piuttosto come anti-nidatorio, in modo analogo a quanto avviene con il mifepristone (o RU486), molecola a struttura simile, sebbene a dosaggio più basso.

 

Mozzanega e coll. (2014) hanno evidenziato che la dichiarata efficacia contraccettiva del farmaco (fino a cinque giorni dal rapporto sessuale) in pratica dipende dal momento del ciclo mestruale in cui viene assunto. Di conseguenza la capacità di ritardare l’ovulazione potrebbe diminuire proprio al suo avvicinarsi sino ad essere nulla al momento del picco dell’LH (ormone luteinizzante). In tal caso l’azione anticoncezionale sarebbe in realtà dovuta

 

agli effetti negativi del farmaco sulla maturazione endometriale.

 

Sono dello stesso anno due studi, uno di Levy e coll. secondo cui, dall’osservazione di oltre un milione di donne che avevano usato l’ulipristal, il tasso di abortività, in caso di continuazione della gravidanza, era risultato inferiore a quello della popolazione generale (14% vs 20%) e l’altro di Li e coll. che, confermando tali dati, aggiungevano che colture di cellule endometriali trattate in vitro con ulipristal a dosi dieci volte quella della pillola in commercio non presentavano alterazioni significative, concludendo che sarebbe da

 

escludere per il farmaco un effetto anti-impianto.

 

L’uso di ellaOne è controindicato in presenza di gravi stati patologici del rene e del fegato, in quanto metabolizzato da questi due organi. Inoltre, a causa di un leggero effetto antagonista del recettore dei glucocorticoidi, è controindicato negli stati d’asma gravi e in quelle donne con rari disordini del metabolismo del galattosio, data che contiene lattosio monoidrato.

 

Non sembra esservi un significativo rischio di effetti collaterali, anche in caso di più assunzioni ripetute a breve distanza di tempo, sebbene sia sempre opportuno ricordare alle interessate che non si può utilizzare l’ulipristal come metodo anticoncezionale abituale.

 

Va comunque segnalato che, a causa del danno epatico grave in donne che avevano assunto il farmaco nella terapia dei fibromi uterini, è stato disposto dall’AIFA (Agenzia italiana del farmaco) che l’ulipristal non debba essere più adoperato con quest’altra già prevista indicazione d’uso.

 

 

Il Consiglio Superiore di Sanità, in risposta alla richiesta di parere in ordine al regime di dispensazione, in data 10 marzo 2015, affermava:

 

“Ritiene, alla luce dei dati relativi:

 

-alla possibilità di gravi effetti collaterali su donne a rischio in caso di assunzioni

 

ripetute o multiple in assenza di controllo medico;

 

-alla cultura non ancora diffusa nel nostro Paese relativa alla protezione dei

 

rapporti sessuali in termini di rischio infettivo e di gravidanze indesiderate;

 

-alla disponibilità continuativa, nel nostro ordinamento, di personale medico in

 

grado di attuare una prescrizione;

 

che il farmaco ellaOne debba essere venduto in regime di prescrizione medica

 

indipendentemente dall’età della richiedente”.

 

e riguardo ad una presunta tossicità per il feto, in caso di mancato effetto:

 

“Ritiene, alla luce dei dati relativi:

 

-agli effetti del farmaco su una gravidanza in atto non ancora sufficientemente

 

chiariti dalla ricerca;

 

-alla efficacia del farmaco limitata nei primissimi giorni dopo il rapporto

 

sessuale a rischio;

 

-al parere precedentemente espresso dal CSS relativo alla necessità di

 

prescrizione medica del farmaco;

 

che il medico, nel caso esista la possibilità di una gravidanza già in atto al

 

momento della prescrizione debba escludere la stessa mediante la esecuzione

 

di un test di gravidanza”.

 

Com’è noto però l’obbligo della prescrizione medica, e del test di gravidanza che doveva precederla, per le maggiorenni veniva eliminato a partire dal 9 maggio 2015, cioè solo due mesi dopo l’avvenuta conferma.

 

Il 10 Ottobre 2020 l’AIFA ha tolto l’obbligo di ricetta anche per le minorenni. Le motivazioni addotte dal direttore generale Nicola Magrini (“uno strumento etico in quanto consente di evitare i momenti critici che di solito sono a carico solo delle ragazze” e “una svolta per la tutela della salute fisica e psicologica delle adolescenti”) lasciano anche in questa occasione oltremodo perplessi.

 

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

 

 

http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs244/en/index.html

 

Mozzanega B, Gizzo S, Di Gangi S, Cosmi E, Nardelli GB. Ulipristal Acetate: Critical Review

 

About Endometrial and Ovulatory Effects in Emergency Contraception. Reprod Sci 2014;

 

21:678-685.

 

Levy DP, Jager M, Kapp N, Abitbol JL. Ulipristal acetate for emergency contraception:

 

postmarketing experience after use by more than 1 million women. Contraception, vol. 89,

 

n. 5, may 2014, 431–3.

 

Hang Wun Raymond Li, Tian-Tian Li, Ying Xing Li, Ernest Hung Yu Ng, William Shu Biu

 

Yeung, Pak Chung Ho, Kai Fai Lee. In-vitro study on the effect of ulipristal acetate on human

 

embryo implantation using a trophoblastic spheroid and endometrial cell co-culture model.

 

Poster A124 – 13th ESC Congress “Challenges in sexual and reproductive Health – The

 

European Journal of Contraception and Reproductive Health Care, 2014.

 

https://www.sipre.eu/wp-content/uploads/2015/05/parere-ellaOne.pdf

 

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/05/08/15A03360/sg

 

http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato4953143.pdf

 

 


 

I MEDICI CATTOLICI CONTRO L'AIFA

Dopo un’altalena tra sì e no, l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha deciso di liberalizzare la vendita della “pillola dei cinque giorni” per la contraccezione di emergenza anche per le minorenni, abolendo quindi la necessità della prescrizione medica.

Una pessima decisione che va contro il sacro rispetto della vita e l’etica dei sentimenti, riducendo e banalizzando il rapporto uomo-donna a solo sesso e niente amore. Viene così a mancare anche il rispetto della persona, sia dei componenti la coppia che di colui che dal rapporto potrebbe nascere.

Non condivisibili le motivazioni, perché eliminando l’intervento medico, senza paragoni per ascolto e consiglio, non si comprende come possa essere considerato un farmaco d’uso eccezionale solo per un foglietto informativo, quando si sa bene la scarsa propensione dei giovani a prendere le dovute precauzioni, sia per evitare una gravidanza sia per difendersi dalle malattie a trasmissione sessuale.

Roma, 20 ottobre 2020                    prof. Filippo Maria Boscia (Presidente Nazionale AMCI)

 


 

 

La legge 194/78 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, più comunemente nota come “legge sull’aborto” è da considerarsi di per sé iniqua, oltre al fatto di essere applicata mediante alcuni inganni. Infatti, mentre viene richiamata già nel titolo, e poi ripresa nell’art. 1, l’importanza del valore sociale della maternità e dell’inderogabile tutela della vita umana fin dal suo inizio, e si puntualizza inoltre la necessità di “evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”, nella sua reale applicazione ha decisamente prevalso quanto stabilisce in merito all’aborto volontario. Si è trattato quindi di un provvedimento ingannevole, così come formulato, che, con la depenalizzazione dell’aborto, in sostanza ha gradualmente portato alla sua accettazione nella mentalità e nel costume come una pratica del tutto ordinaria. 

L’aborto invece deve essere considerato sempre e comunque come un vero e proprio omicidio (all’interno della “congiura contro la vita”, come ebbe a dire Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium vitae: “l'aborto procurato è l'uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita”, EV 58). Se da un punto di vista giuridico la condizione di gravidanza può determinare un atteggiamento di compassionevole comprensione nei confronti della donna che decide di ricorrere all’aborto, tale da tradursi in pratica nella non configurabilità della colpa, cosa che ha portato a rinunciare all'uso dello strumento penale, il bambino non ancora nato non è un “essere particolare", ma un essere umano a tutti gli effetti, è “uno di noi”, e come tale deve considerarlo la coscienza morale. Pertanto, per quel che gli concerne, dobbiamo di conseguenza decidere nello stesso modo in cui decideremmo di fronte ad un problema di vita o di morte di una persona già nata. 

Le statistiche ci dicono che il numero totale per anno delle interruzioni di gravidanza in Italia è in progressiva diminuzione (76.328 aborti nel 2018), ma per completezza dell’informazione non va taciuto l’alto numero di pillole contraccettive post-coitali che oggi vengono vendute (546.500 confezioni nel 2018). Questo è l’aborto nascosto, l’aborto farmacologico: da quando è disponibile la “pillola dei cinque giorni dopo” (che con l’eliminazione della prescrizione medica ha visto raddoppiare il consumo, da 123.800 a 229.900), viene messa in pratica, contrariamente a quanto asserito, non una contraccezione d’emergenza ma una vera intercezione post-coitale, cioè viene impedito l’annidamento dell’embrione, nel caso in cui sia avvenuto il concepimento. Pratica questa in diffusione crescente soprattutto tra le minorenni, dopo la liberalizzazione della vendita. Si tratta di cifre impressionanti, non conteggiate nel totale degli aborti, ma che comunque concorrono a far numero.

Secondo Irene Pivetta1, responsabile nazionale giovani del Movimento per la Vita, “Abortire per le ragazze è una scelta di grande solitudine, vissuta in silenzio. Con l’avvento delle pillole dei giorni dopo è pericolosamente cresciuta una sorta di non consapevolezza: davanti a un rischio di gravidanza. Il tempo in cui la ragazza è portata a riflettere è annullato vista la facilità con cui è possibile acquistare le pillole in farmacia, anche senza ricetta. Non c’è nemmeno il tempo di scoprirsi incinta, di dover fissare l’appuntamento per l’aborto, e di potersi aprire a incertezze, a dubbi, a domande. Quella delle pillole è una via che d’uscita che tenta molte ragazze”.

Di fronte ad un uso spregiudicato dell’aborto, manco fosse una qualsiasi pratica contraccettiva, vien da chiedersi: cosa si è fatto in questi quarant’anni per esercitare fattivamente la dichiarata tutela della gravidanza? Davvero poco, per non dire niente! Tante infatti sono state le “omissioni applicative” di quello che detta legge prescriveva, in particolare all’art. 1: “Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite” e all’art 5: “Il consultorio e la struttura socio-sanitaria … hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito … le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto”.

Carlo e Maria Casini2 in occasione del quarantennale della legge (2018) ricordavano che: “Quando la legge 194 fu discussa in Parlamento non pochi, che pur la sostenevano, attribuirono ai consultori familiari la funzione esclusiva di aiutare la donna a proseguire la gravidanza, come, del resto, si può ritenere in base ad una corretta interpretazione dell’articolo 2. Purtroppo, però, questo scopo dei consultori è stato largamente stravolto nell’attuazione pratica. Essi vengono concepiti come strumenti di accompagnamento della donna verso l’aborto e quindi, sostanzialmente, come garanzie dell’autodeterminazione. La logica avrebbe dovuto essere opposta: lo Stato non punisce più l’aborto, ma fa tutto il possibile sul piano del consiglio e dell’aiuto affinché la gravidanza prosegua”. 

Infatti nella quotidianità, durante il colloquio obbligatorio - nella realtà molto spesso disatteso - difficilmente vengono ricercate le cause che spingono la donna ad abortire e meno che mai si tenta di trovare soluzioni, in collaborazione con altre agenzie, come ad esempio i servizi sociali, che le possano permettere di portare avanti la gravidanza. Il più delle volte si preferisce la soluzione più semplice: sentita la richiesta, la si asseconda con un rapido rilascio del certificato di accesso all’interruzione di gravidanza, invitando per pura formalità la donna alla pausa di riflessione di sette giorni perché lo possa utilizzare.

Bisogna aggiungere che negli anni, pur quando non c’erano le contingenze stringenti di oggi, si è fatto davvero poco per la promozione e lo sviluppo dei servizi sanitari e sociali, con le notevoli difficoltà che tuttora si incontrano nell’assistenza alla maternità, dal concepimento a dopo il parto, soprattutto garantendo la conservazione del posto di lavoro alla donna che concepisce, e nel sostegno all’infanzia, sopperendo ad esempio alla grande carenza di asili nido. Mentre ancora non si è legiferato, sebbene lo si invochi da più parti e da tempo immemore, per introdurre l’educazione sessuale come materia curricolare nelle scuole dell’obbligo. 

Occorre riconoscere peraltro che la legge 194/78, contiene delle raccomandazioni molto generiche per la tutela della gravidanza, che purtroppo si scontrano con l’attuale, estrema precarietà dell’assistenza socio-economica nazionale. Pertanto i consultori, a loro volta con enormi e ataviche carenze, non possono fare di più che “esaminare con la donna e con il padre del concepito … le possibili soluzioni dei problemi proposti”. Restano di conseguenza le enormi responsabilità dello Stato, delle Regioni e degli enti locali per le citate omissioni applicative.

Eppure, malgrado i risaputi problemi, oggi i consultori vengono coinvolti nella deospedalizzazione dell’aborto farmacologico (20,8% delle interruzioni di gravidanza nel 2018 contro il 17,8% del 2017). E’ noto che, qualche mese addietro, in corso dell’“emergenza coronavirus”, per far fronte a presunte difficoltà attuative della legge 194/78 alcune organizzazioni professionali, appoggiate dalla Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia, hanno chiesto al Ministero della Salute di rivedere alcuni aspetti delle procedure vigenti, proponendo le seguenti modifiche: spostare il limite massimo per l’aborto farmacologico dalla 7 alla 9 settimana di gravidanza, eliminare l’obbligo di ricovero in regime ordinario (a partire dalla somministrazione del mifepristone fino al momento dell’espulsione del prodotto del concepimento), autorizzare che tutto il trattamento possa avvenire anche in un ambulatorio ospedaliero o addirittura in un consultorio. Difficile immaginare come ciò possa essere praticamente possibile considerata la non felice situazione in cui versano i consultori. 

Ma la decisione di evitare il ricovero verrà a pesare soprattutto sulla stessa donna, per il cui presunto interesse si è sollecitata tale soluzione. Donna che si troverà ancor di più in una condizione di solitudine con tutti i suoi problemi. Perché a quelli psicologici si potrebbero aggiungere quelli fisici, legati al fatto che l’uso del mifepristone non è esente da rischi e complicanze, alcuni più banali (dolori e crampi addominali, nausea, vomito) altri più seri, a partire dalle non infrequenti metrorragie che richiedono comunque l’ospedalizzazione per lo svuotamento e la successiva revisione uterina a causa di un’espulsione incompleta del prodotto del concepimento (nel 4-7% dei casi) per finire ai riportati casi letali conseguenti a shock settico (da Clostridium sordellii). Motivi per cui l’AIFA (Determinazione n. 1460 del 24 novembre 2009), autorizzando l’immissione in commercio della pillola RU486, aveva giustamente stabilito che «deve essere garantito il ricovero [...] dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla verifica dell’espulsione del prodotto del concepimento. Tutto il percorso abortivo deve avvenire sotto la sorveglianza di un medico del servizio ostetrico-ginecologico»;

E’ indubbio che la diffusione dell’aborto farmacologico risponde alla logica abortista che vuole impedire lo sguardo sul concepito, spostando l’attenzione sulla falsa “non invasività” di tale mezzo abortivo (ma non c’è nulla di più invasivo che uccidere una vita umana!), rendendo l’aborto un fatto banale (basta bere un bicchiere d’acqua) e privato (basta essere nel bagno di casa), salvo poi correre in un pronto soccorso a causa di una emorragia irrefrenabile! L’intento è quello da un lato di risparmiare sui costi assistenziali, in una logica economicista-efficientista-utilitarista che ben si addice ad una sanità sempre più povera e oltremodo distratta da altre più assillanti priorità, e dall’altro di rendere facilmente disponibili farmaci abortivi da poter utilizzare senza problemi a casa propria, a partire dalla vendutissima pillola dei cinque giorni dopo.

Carlo Flamigni3, pur essendosi battuto per la legalizzazione dell’aborto, in occasione del trentennale della legge (2008) affermò: “E’ compito dello Stato portare a compimento una vera campagna antiabortista, eliminando le motivazioni sociali che sono così spesso causa di aborto volontario, facendo promozione di cultura sui temi della pianificazione della famiglia, investendo nella ricerca scientifica sugli anticoncezionali, convincendo i giovani che l’esercizio della libertà sessuale, a proposito del quale non credo che esistano più riserve di sorta, non può essere dissociato da un’assunzione di responsabilità nelle quali ogni persona deve cimentare la propria coscienza. Tutto questo, a mio personale avviso, si chiama prevenzione dell’aborto”.  

In mancanza di questo, contro il dramma dell’aborto la via vincente resta quella dei Centri di Aiuto alla Vita che da oltre 40 anni operano in tutta Italia per dare una mano alle donne che si trovano di fronte ad una gravidanza difficile o non attesa, liberandole dai condizionamenti che le inducono alla decisione di abortire e restituendo loro il coraggio dell’accoglienza della vita con la fiducia e la serenità che ne conseguono. Uno Stato che rinuncia a punire l’aborto non deve rinunciare a difendere il diritto alla vita con altri mezzi di più alto profilo e di maggiore efficacia. In questa prospettiva sarebbe davvero urgente una indispensabile riforma dei consultori pubblici sul modello dei Centri di Aiuto alla Vita - invece di farne dei meri distributori di pillole letali, come stabilito dalle nuove linee guida - affinché siano un’autentica alternativa all’interruzione volontaria della gravidanza, proprio nel rispetto di tutto quel che prescrive la legge 194/78.     

Potrebbe così realizzarsi la possibilità di arrivare un giorno non lontano a una “società senza aborti”, secondo quanto auspicato (22 maggio 2018) da Giuseppe Noia4, che non la considera un’utopia, convinto che, impegnandosi con coraggio e determinazione, ci si possa riuscire: “Dobbiamo e possiamo intervenire sulle cause sociali e culturali, ma innanzi tutto dobbiamo diffondere una più corretta conoscenza medica, a partire da tutto quello che sappiamo sulla relazione fortissima tra madre e figlio fin dal concepimento. Già nel novembre 2000, quindi 18 anni fa, il British Medical Journal, spiegava in un editoriale che dalla relazione biologica tra madre e bambino deriva il benessere futuro della persona. Come ignorare per esempio il fatto che il figlio manda alla madre cellule staminali terapeutiche? Tutte queste conoscenze scientifiche che si vorrebbero silenziare si traducono in una grande perdita di umanità».

Nell’udienza del 28 maggio 2018, in occasione del Primo Congresso della Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici (FIAMC), Papa Francesco5 ha ricordato: ““La Chiesa è per la vita, e la sua preoccupazione è che nulla sia contro la vita nella realtà di una esistenza concreta, per quanto debole o priva di difese, per quanto non sviluppata o poco avanzata”.

PROF. FILIPPO MARIA BOSCIA

Presidente Nazionale Associazione Medici Cattolici Italiani

 

NB : IN ALLEGATO IL TESTO ORIGINALE DELLA RELAZIONE DEL PROF. BOSCIA ED UNA DETTAGLIATA BIBLIOGRAFIA COMMENTATA DALLO STESSO PROF. BOSCIA. ED INOLTRE COPIA DI UN ARTICOLO PUBBLICATO DA AVVENIRE SULLO STESSO ARGOMENTO

Tra gli allegati troverete inoltre anche il testo completo e scaricabile di un precedente comunicato,  a firma del nostro presidente Filippo Boscia e della presidente del MpV Marina Casini

Giuseppe Battimelli: "La Tutela della salute nell'emergenza pandemica." (pubblicato su Civitas Hippocratica)

Siamo lieti di pubblicare (in allegato) un  articolo a cura del nostro vice-presidente nazionale Giuseppe Battimelli su un tema di grande attualità: "La Tutela della salute nell'emergenza pandemica : tra diritti e criticità" (e pubblicato su Civitas Hippocratica). E Battimelli, in questo suo importante lavoro, riflette soprattutto sui doveri deontologici ed etici verso l’ammalato, che non possono essere violati in considerazione degli aspetti dell’emergenza, perché diversamente, se si tiene conto aprioristicamente e acriticamente soltanto delle conseguenze, si potrebbero giustificare in qualche misura deroghe, tra l’altro arbitrarie, al principio e al diritto alla tutela della salute personale, con ricadute di tipo utilitaristico.

 NB: pubblichiamo in allegato il testo completo (e scaricabile) di questo interessante articolo, unitamente ad altre pubblicazioni recenti dello stesso Battimelli-